L'antico convento suburbano dei domenicani di Barrafranca


Fig. n. 1


 Fig. n. 2







Fig. n. 2a





Fig. n. 2b



Fig. n. 2c



Fig. n. 2d



Fig. n. 2e
Edicola della Santa Croce, fronte.



Fig. n. 2f
Edicola della Santa Croce, retro.



    Fig. n. 3

      Diversi storici hanno parlato dell'esistenza di un antico convento dei padri domenicani a Barrafranca, che fu fondato da Matteo III Barresi assieme a quello dei francescani in contrada Musciolino per dotare il paese, appena rifondato a partire dall'antica Convicino.
        Al momento, non si hanno particolari documenti che attestino la fondazione del convento dei predicatori e tutti i saggi di storia locale prendono come fondamento dal saggio di Rocco Pirri. A pagina 596 della sua opera intitolata "Sicilia sacra disquisitionibus et notitiis illustrata" lo studioso vissuto nel Settecento afferma: <<Sunt duo conventus. I. D. Dominici à Domino oppidi fundatus; sed a. 1586 ob paupertatem à fratribus rejectus. anno vero 1615. denuo receptus est, teste Pio de hist. dom. to.>>[1] cioè: vi sono due conventi di cui il primo è di San Domenico, fondato dal signore della città; ma dal 1586 per la povertà fu abbandonato dai frati, tuttavia  nell'anno 1615 fu riattivato come testimonia Pio uno di questi frati domenicani. Vito Amico riprende la notizia del Pirri e Padre Bongiovanni Dionigi da Pietraperzia ripete che <<e (Matteo Barresi n.d.r.) nobilitò conta due Conventi l'uno dei Francescani, e l'altro dei Predicatori fin dal primo suo nascere>>[2].
      Gli storici locali Giunta e Ligotti, ribadiscono quanto affermato dai precedenti storici e ipotizzano che il convento fosse in contrada Bosco - Batìa dove vi sono le preesistenze di un antico cenobio basiliano. Licata e Orofino, nella loro opera riportano quanto asserito da quest'ultimi storici e Scibilia ricorda quanto scritto dal Giunta [3]. In contrada Bosco - Batìa, oggi, del cenobio rimangono solo un cumulo di pietre e dei reperti bizantini in marmo bianco [4]: nessun resto o rudere sembra essere riconducibile al XVI secolo o al XVII. A distanza di quattrocento anni, a nostro parere, una struttura architettonica difficilmente può essere cancellata in modo così forte. In contrada Bosco - Batìa, dunque, ad essere stato raso al suolo e coperto dai detriti per azioni naturali o artificiali è stato un edificio che le ingiurie del troppo tempo passato hanno reso più vulnerabile.
    La toponomastica della contrada ci suggerisce, comunque, sia la presenza di un'abbazia (e non di un convento) sia la presenza di un bosco. Di quest'ultimo ne parla il Ligotti, affermando che fino al 1654 vi era un bosco finalizzato agli usi civici di far legna [5]. Data la presenza  in zona, nel raggio di più di due chilometri quadrati, di resti di sepolture di cui lo stesso Ligotti pubblica anche il vasellame in svariati saggi, si potrebbe avanzare l'ipotesi che ab antiquo quello fosse considerato un bosco sacro, una zona di contatto tra l'uomo e le divinità: l'abbazia basiliana, insomma, non è sorta casualmente in quella zona. Non convince, comunque, la tesi secondo la quale il convento domenicano fondato da Matteo III Barresi sia sorto lì dove ora le distese degli orti hanno il sopravvento e non vi sono evidenti tracce riferibile all'epoca, bensì al periodo bizantino. Dove si trova, dunque, l'antico convento fondato più di quattrocento anni fa'?
      Partendo dalla toponomastica, ho avviato dei sopralluoghi in contrada Santa Croce. Dalla carta tecnica storica redatta tra il 1862 e il 1863 e odiernamente ritrovata (vd. fig. n.2) si evince che l'altipiano della Montagna veniva chiamato "Piano dell'Abbatia". Nella stessa carta, viene segnata una cappella nei pressi dell'attuale roba della Santa Croce (vd. fig. n. 2a), la quale viene denominata "C. S. Croce", cioè casa Santa Croce.
     L'abbazia o, meglio ancora, cenobio basiliano di cui scrisse Ligotti si trova a circa un chilometro e mezzo dal piano della Montagna (vd. cerchio rosso in fig. n. 2c), in una zona pianeggiante  e rientra a pieno titolo in quello che era il bosco sacro (non è un caso per gli anziani la contrada si chiami Bosco-Batìa).
     Ma vi è di più. Sempre nel feudo Bucciarria, uno dei feudi che Matteo III donò a Barrafranca, e a mezza costa del versante a sud di quella che viene chiamata la Montagna per antonomasia, si ergono ancora oggi due strutture: una classica roba o masseria (vd. freccia azzurra fig. n. 2b) e, a circa trenta metri da essa, il probabile convento dei predicatori (coordinate geografiche: 37.347143, 14.173650 vd. fig. n. 1 e freccia rossa fig. n. 2b). La zona, che si trova un po' più a monte della già menzionata masseria denominata della Bucciarrìa (vd. freccia gialla fig. n. 2b), è davvero suggestiva sia a livello paesaggistico sia per la presenza di ben due sorgenti ancora fiorenti  (vd. freccia bianca  fig. n. 2b). Rispetto al cenobio basiliano, la struttura in questione si trova proprio nella contrada Montagna e a ridosso di quello che nella mappa catastale del 1862-1864 viene definito "Piano dell'Abbatia" (vd. fig. n. 2c, cerchio blu). In una carta IGM del XXI sec. (vd. fig. 2d), si può ulteriormente evincere come il versante della cd. Montagna viene chiamato "contrada Abbatia" e, nell'incrocio a sud, viene segnata una croce, simbolo topografico per indicare l'edicola che ancora oggi si conserva a bordo strada (vd. figg. 2e e 2 f). La toponomastica, Santa Croce, per di più, ci rimanda a uno dei simboli dei domenicani (vd. fig. n. 3) dovuto a una delle missioni che essi avevano ricevuto dal papa: convincere, attraverso la predica, i cavalieri a partire per le crociate. Non è affatto un caso che molti edifici religiosi domenicani siano intestati proprio alla Santa Croce.
      La probabile chiesetta o cappella della Santa Croce è di forma rettangolare e possiede ai lati due piccole aperture poste in alto per ovvi motivi difensivi (vd. figg. 4 e 5); non sembrano affatto delle finestre di semplice uso civile. In facciata, in basso a destra si nota un'iscrizione incisa poco leggibile (vd. fig. n. 6). La chiesa è stata adibita ad abitazione, come ricordano i resti di una tannuradei rifacimenti strutturali, e ad ovile (vd. figg. n. 7e 8). Non è improbabile che la chiesetta sia stata costruita prima del monastero.

       
Fig. n. 4
     



Fig. n. 5
























Fig. n. 6



Fig. n. 7



Fig. n. 8

     Quello che sembrerebbe essere il convento cinquecentesco dei predicatori ha una struttura rettangolare con circa cinque vani di cui uno (posto a ovest) aggettante. La facciata si rivela subito particolare per la presenza di un portico con tre archi di gusto pienamente rinascimentale (vd. figg. n. 9, 10, 11 e 12). La funzione del portico era quella di accogliere e dare conforto e rifugio anche a persone esterne: una struttura simile si trova in territorio di Piazza Armerina presso l'eremo della Zazza vecchia (vd. fig. n. 13). Si nota la presenza negli archi di cocci in terracotta interstiziali: un probabile rifacimento in epoca successiva. Pirri, d'altronde, nel 1733 asseriva che dal 1615 il convento fu riabitato, non specificando che esso non era più in in uso. Nel 1757, dopo più di vent'anni, Vito Amico specificò che <<oggi non vi sono più>> [6]. Il convento fu, quindi, abbandonato nella prima metà del XVIII secolo? Nel 1798, Domenico Adorno nella sua opera intitolata "Descrizione geografica dell'isola di Sicilia e dell'altre sue adiacenti" scrive che a Barrafranca vi era: <<l'Abbad. della SS. Trinità>>[7] oltre al convento dei Riformati e ala chiesa Maria SS.ma della Purificazione. Il culto della SS.ma Trinità fa parte della liturgia dei Domenicani dal XIII secolo, per cui si può ipotizzare che l'abbazia riportata nell'opera di Adorno fosse in qualche modo legata al monastero dei domenicani. Sappiamo, ad ogni buon conto, che l'abbazia della SS. Trinità era quella di piazza Fratelli Messina, legata alla chiesa di San Benedetto. Sia il nome della contrada sia quello dell'abbazia riferito da Amico sono possibilmente da ascrivere ai frati domenicani. Ad oggi, del nome della SS.ma Trinità non vi è più traccia. La contrada invece continua ad essere denominata "Santa Croce". Prima sorse la chiesa e poi l'abbazia? Esiste, comunque, la testimonianza del signor Salvatore D'angelo, la cui famiglia possedeva delle terre in contrada montagna, secondo la quale a metà Novecento suo padre era consapevole del fatto che la struttura fosse un convento. Il principe Lanza di Scalea, secondo la testimonianza, amava soggiornare nel convento, che era di sua proprietà: lo preferiva addirittura alla nuova roba di Galati, che aveva da poco fatto costruire. Sempre secondo la stessa testimonianza, il mulino di contrada Moli (che dava il nome alla contrada) era di proprietà del convento: lo si metteva in moto ogni qual volta si riusciva a riempire le piccole vasche (scifiteddi) che si trovano a monte sulla costa della Montagna. Il possente muro a secco costruito dai monaci per delimitare la loro proprietà è ancora esistente. Oltre ai resti di un vasto vigneto, tutt'oggi si possono notare alberi secolari di fico e carrubbo.
Gli interventi settecenteschi o ottocenteschi, tra cui l'inserimento dei cocci interstiziali, sono diversi e si notano anche all'interno: forse sono dovuti ai nuovi fruitori, che lo hanno anche adibito a palmento (vd. fig. n. 17). Si nota anche la presenza di una pietra macina. Sempre all'esterno, vi è una piccola struttura a base quadrata; sul retro, nella parte nord, essa ci suggerisce la presenza di un silos (o campanile?) (vd. figg. n. 14 e 15). Gli interni presentano ambienti che hanno subito dei rifacimenti. Particolare è la presenza di grandi archi a sesto acuto che coronavano una sala piuttosto ampia; alcuni di questi archi sono stati successivamente murati (vd. figg. n. 16, 17, 18, 10 e 20).



Fig. n. 9

Fig. n. 10

Fig. n. 11



Fig. n. 12 Il portico visto dall'interno



Fig. n. 13



Fig. n. 14



Fig. n. 15



Fig. n. 16



Fig. n. 17



Fig. n. 18


Fig. n. 19



Fig. n. 20

     Nella zona antistante al convento, come già affermato, vi sono ben due sorgenti da cui ancora oggi scorrono acque abbondanti. Il sistema idraulico di fruizione di tali acque è senza dubbio complesso e ingegnoso. A monte vi sono delle mura di contenimento antiche e recenti. Le acque, convogliate in una galleria sotterranea, confluiscono in tre vasche di decantazione (vd. fig. n. 21) per poi essere convogliate in una canaletta in muratura al culmine della quale vi è una vaschetta circolare da cui poter prelevare. La frescura in estate era indubbiamente assicurata e anche la bellezza della vista: la canaletta termina alla base con un particolare riccio in muratura (vd. fig. n. 22). 


Fig. n. 21


Fig. n. 22

       Non si sa a chi sia appartenuta questa struttura; recentemente e probabilmente, i proprietari sono stati i fratelli  Benedetto e Raffaele Vasapolli [8] e poi la famiglia Pirrelli: c'è ancora da fare ricerche in merito. Ad ogni buon conto, la struttura di una bellezza straordinaria e immersa in una zona romita e suggestiva è degna di nota e di valorizzazione. Altri studi sono auspicabili per stabilire con certezza se essa sia davvero l'antico convento voluto da Matteo III Barresi assieme a quello dei Francescani di contrada Musciolino all'epoca della fondazione di Barrafranca oppure no.




NOTE

[1]  PIRRI R., Sicilia sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, Palermo 1733, p. 596. 
https://books.google.it/books?redir_esc=y&hl=it&id=vHg-vQEACAAJ&q=Barrafranca#v=snippet&q=Barrafranca&f=false

[2]  AMICO V., Dizionario topografico della Sicilia, S. Di Marzo editore, Palermo 1859, p. 128: riedizione del precedente testo in latino del 1757.
BONGIOVANNI D., Relazione critico-storica della prodigiosa invenzione di una immagine di Maria Santissima, chiamata comunemente della Cava di Pietrapercia, Palermo 1776, rist. anast. Caltanissetta 1979, pp. 24-25.
[3]  GIUNTA L., Brevi cenni storici su Barrafranca, Tipografia Ospizio di Beneficenza, Caltanissetta 1928, p. 151.
LIGOTTI A., Barrafranca (Enna) Rinvenimenti archeologici nel territorio, Acc. Naz. dei Lincei, Roma 1956, p. 7.
LIGOTTI A., Note sulla chiesa di San Nicolò in territorio Commecini, Acc. Naz. dei Lincei, Roma 1955, p. 156.
LICATA S., OROFINO C., Barrafranca - la storia, le tradizioni, la cultura popolare, Amazon Fullfillment, Wroclaw 2018, p. 203.
SCIBILIA F., I Barresi di Pietraperzia - Una corte feudale in Sicilia tra Medioevo ed età moderna, Edizioni Caracol, Palermo 2016, p. 47.
[4] LIGOTTI A., Su Grassuliato e su altri abitati dell'interno, e sul significato del nome <<Bonifatius>> rinvenuto al <<Casale>>, Società Italiana per la Storia Patria, Palermo 1959, vd. ultima pagina dell'appendice fotografica dove vi sono fotografati dei capitelli del V-VI secolo rinvenuti in contrada Bosco.
[5] LIGOTTI A., Barrafranca (Enna) Rinvenimenti archeologici nel territorio, Acc. Naz. dei Lincei, Roma 1956, p. 7.
[6]  AMICO V. ibidem.
[7] ADORNO D., Descrizione geografica dell'isola di Sicilia e dell'altre sue adiacenti, Dalle stampe di Domenico Adorno, Palermo, 1798, III ed., p. 83; consultabile online al seguente link: https://books.google.it/books?id=R6ag2QS0jlMC&pg=PA170&dq=domenico+adorno+Barrafranca&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwjc6MnK_NztAhXD0qQKHfVTCVgQ6AEwAHoECAAQAg#v=onepage&q=domenico%20adorno%20Barrafranca&f=false.
[8] Sarà stato un caso il fatto che i fratelli Vasapolli possedevano anche un altro ex convento (e le relative terre) sito in contrada Albana?



Quasi tutte le foto di questo blog sono opera di Angelo Antonio Faraci, che ringrazio per l’apporto anche intellettuale.
Ringrazio anche Carmelo Orofino per il sopralluogo in contrada Bosco Batìa.
Si ringrazia Dario Ingala per averci fornito la mappa catastale del 1862-1876 e Paolo Salvaggio per l'informazione bibliografica riguardante l'opera di Domenico Adorno. Infine, ringrazio il signor Salvatore D'Angelo per la preziosa testimonianza.



Filippo Salvaggio

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